Archive for gennaio, 2010

prescrizione diretta degli esami consigliati dallo specialista del SSN

a cura di Mauro Marin – Medico di medicina generale ed Esperto di questioni normative sanitarie – Pordenone

I compiti delle aziende sanitarie

L’ACN 23 marzo 2005 per la medicina generale all’art. 49, comma 2, afferma che i Direttori Generali devono stabilire regolamenti per coordinare i rapporti tra medici ospedalieri e medici del territorio, sentito il Comitato Aziendale e i Direttori Sanitari.

I compiti dello specialista
Secondo il comma 5 dell’art. 51 dell’ACN 2005, qualora il medico specialista ritenga opportuno richiedere ulteriori consulenze specialistiche o ulteriori indagini per la risposta al medico curante, formula direttamente le relative richieste sul ricettario regionale previsto dalla legge 326/2003.
Secondo il comma 7 dell’art. 51, le Aziende devono emanare disposizioni per la prescrizione diretta sul ricettario regionale da parte dello specialista di eventuali indagini preliminari agli esami strumentali, di tutti gli approfondimenti necessari alla risposta al quesito diagnostico posto, degli accertamenti preliminari a ricoveri o a interventi chirurgici (DM 30.6.1997 in GU n. 209 del 8.9.1997), nonché della richiesta delle prestazioni da eseguire entro 30 giorni dalla dimissione o dalla consulenza specialistica.
Dunque i pazienti rimangono in carico al loro medico di medicina generale. E lo specialista del SSN si fa carico della prescrizione diretta degli esami che lui stesso consiglia, ma non dei farmaci consigliati. Riguardo a questi ultimi, è invece discrezione del medico curante che li condivida trascriverli su ricettario regionale, assumendosene così la responsabilità unica, anche contabile.
Le norme sul ricettario regionale non prevedono scadenza per la richiesta di esami.
Tutte queste norme erano già contenute nel DPR n. 270/2000 all’art. 37, commi 5 e 7, per responsabilizzare i veri prescrittori al rispetto dei tetti di spesa programmati, come affermava già l’art 72, comma 6, del predetto decreto. Diverse regioni hanno emanato norme specifiche.
La Regione Friuli Venezia Giulia con DRG n. 288 del 16 febbraio 2007 ha disposto che i medici ospedalieri e universitari dipendenti effettuino direttamente la prescrizione di esami diagnostici a carico del SSN, consigliati durante il consulto specialistico, senza bisogno di recarsi nello studio del medico di famiglia per trascrivere la richiesta su ricettario regionale. In precedenza la Regione Emilia Romagna con la delibera n. 2142/2000 “Semplificazione dell’accesso alle prestazioni specialistiche ambulatoriali” e prima ancora la Regione Lombardia con la delibera n. 12317/1991 avevano già disposto la prescrizione diretta di esami da parte dello specialista dipendente del SSN.
Questi provvedimenti sono motivati dall’interesse pubblico di evitare la perdita di tempo e il disagio a carico degli assistiti di un gravoso andirivieni dagli ospedali agli studi dei medici di medicina generale per inutili trascrizioni.
Queste norme rispondono anche alla necessità dell’amministrazione pubblica di identificare i diretti ordinatori di spesa per le prestazioni sanitarie ai fini della programmazione per ottimizzare l’uso delle risorse disponibili, di verificare l’appropriatezza degli interventi e di stabilire se e dove sono necessari opportuni correttivi.

Responsabilità deontologica
Da quanto esposto appare chiaro che non è compito proprio del medico curante convenzionato trascrivere esami richiesti dallo specialista. Pertanto lo specialista dipendente abilitato all’uso del ricettario regionale ha il dovere d’ufficio di prescrivere direttamente gli accertamenti che ritiene necessari come parte integrante della sua prestazione, non essendoci altro sanitario del SSN tenuto per contratto a questo compito e abilitato all’uso del ricettario regionale ed essendo quindi deontologicamente scorretto delegare al medico di medicina generale sminuenti funzioni segretariali che esulano dai suoi compiti.

Responsabilità penale
Lo specialista dipendente che intenzionalmente disattende questo compito commette dunque una violazione disciplinare contrattuale e ordinistica e può incorrere nel reato di omissione d’atti d’ufficio (art. 328 CP), ipotesi che in caso di condotta recidivante non può essere ignorata dalle Direzioni Sanitarie Ospedaliere come ben spiega l’art. 40 CP affermando: non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.
Va rilevato che, in un sistema di cure complesse multidisciplinari, i singoli operatori autonomi non possono limitarsi ad erogare solo la propria prestazione, ma hanno il dovere di verificare il corretto svolgimento sequenziale dell’intero percorso assistenziale del paziente per evitare il rischio di dannose interruzioni di cura dovute all’erogazione tardiva di prestazioni necessarie per mancanza di coordinamento organizzativo che può costituire, sotto il profilo penale, responsabilità di tutti i sanitari coinvolti (art. 110 CP).

da Univadis 13/01/10

http://www.univadis.it/medical_and_more/RischioProfessionale_Detail?wireName=ProfessionalRisk&articleItemId=30dc17330e677dd2616f5c5a8be918f2

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29 gennaio 2010 at 22:44 Lascia un commento

Il cesareo non taglia i rischi

di Simona Zazzetta
da http://www.dica33.it – 22/01/2010

A distanza di tre anni dal precedente, il report dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla salute materna e perinatale, registra un tasso ancora alto dei parti con taglio cesareo. Tra gli oltre 100mila parti registrati in nove paesi asiatici tra il 2007 e il 2008, il 27% era avvenuto mediante taglio cesareo, un dato in lieve calo rispetto al 33% rilevato in America Latina, ma pur sempre significativo. Fa riflettere, soprattutto gli esperti del settore il dato raccolto da un’indagine condotta dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo): in Italia la modalità chirurgica viene applicata in media nel 38% dei parti, record che non ha eguali in Europa (in Francia è il 20,2%, in Inghilterra il 23%).

Sicurezze apparenti

Secondo gli esperti dell’OMS, questa opzione viene percepita come un intervento intrinsecamente sicuro ed è dello stesso parere anche Giorgio Vittori, presidente della (Sigo): “Le donne spesso scelgono di programmare il parto con un taglio cesareo perché hanno la sensazione – spiega Vittori – che l’evento “parto” sia meno traumatico e possono essere certe di avere il proprio medico presente. Però ignorano i rischi a cui vanno incontro, non si rendono conto che il taglio cesareo è un intervento chirurgico che comporta rischi in quanto tale”. Questa è una delle ragioni che spiegherebbero i dati raccolti dall’indagine italiana in cui, secondo i ginecologi, il 27% dei cesarei è frutto di una precisa scelta della paziente, senza indicazione clinica. Inoltre, secondo nove ginecologi su 10, sono le complicazioni medico-legali la motivazione principale di questo risultato, che in alcune regioni come la Campania raggiunge il 62%. E confermano che le esigenze organizzative pesano più di quelle cliniche: 59% contro solo il 32%, un caso su tre.

Più rischi senza indicazioni

Eppure, non si tratta di un intervento innocuo e senza danni, stando a quanto riportato dall’indagine dell’Oms, i cui autori hanno valutato anche i rischi associati alle diverse modalità di parto. In particolare, è stato osservato che il rischio di mortalità e l’indice di complicanze e conseguenze negative per la salute della madre, aumentavano in tutti i casi di taglio cesareo, ma il dato rilevante è che il rischio triplicava, rispetto a un parto spontaneo naturale senza intervento medico, se il cesareo era stato programmato senza indicazione medica, vale a dire senza un reale bisogno per la salute del nascituro o della madre. Inoltre solo in caso di presentazione podalica si ottenevano dei miglioramenti sull’esito del parto, con il taglio cesareo indipendentemente se veniva programmato o deciso durante il parto. Per invertire la tendenza, quanto meno in italia esistono soluzioni percorribili e virtuosismi a cui aspirare: “Dall’inchiesta emerge un segnale di allarme lanciato da chi opera in prima linea e avverte la mancanza di medici preparati, il basso numero di ginecologi di turno e lo scarso accesso all’epidurale” spiega Vittori, e propone soluzioni: “Per il 35% degli intervistati la situazione potrebbe normalizzarsi se ci fossero meno pressioni di tipo medico-legale, per il 24% è necessario un investimento nella formazione professionale, per il 19% serve la presenza di un’anestesista dedicato (oggi c’è solo nel 34% dei punti nascita) e il 16% chiede una migliore informazione per le donne”. Fonti Lancet. 2010 Jan 11, Comunicato stampa Sigo

29 gennaio 2010 at 08:54 1 commento